«Lo Stato totalitario fa di tutto per controllare i pensieri e le emozioni dei propri sudditi in modo persino più completo di come ne controlla le azioni». (George Orwell)
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martedì 20 marzo 2012


IL FATTO QUOTIDIANO



LA POLITICA QUALUNQUE
di Marco Politi

È impressionante: la cecità ostinata del ceto politico nei confronti dei bisogni della popolazione. Non c’è un solo partito, da destra a sinistra, in cui la maggioranza degli elettori approvi la rottamazione dell’articolo 18. Vedere l’ultima inchiesta Demos. D’altronde la Fiat è cresciuta (quando era capace di vendere auto) e le imprese straniere hanno investito in Italia per decenni con lo Statuto dei lavoratori. Però i negoziati al tavolo Fornero proseguono come se niente fosse. Il modo di trattare il tema del lavoro è emblematico. Allo smontaggio dell’art. 18 non corrisponde affatto – come veniva proclamato liricamente – la tutela dei giovani attraverso l’eliminazione dei contratti grigi, fucine di precariato. Contratti atipici e false partite Iva non saranno disboscate. Si limeranno gli aspetti più sfacciati, ma sfruttamento e precarietà sopravviveranno.

D’incanto sono spariti dall’orizzonte politico il contratto unico di Ichino per i giovani in ingresso nelle aziende e la proposta Acli sul “contratto prevalente”. Non servono all’idea meccanica e idolatrica del mercato nella sua veste esistente. Primo segnale è stata la resa agli ordini professionali e la rinuncia all’equo compenso per i tirocinanti. È solo ipocrita il “rimborso forfettario” per i giovani laureati, che affollano gli studi degli avvocati. Zero braccio di ferro sul tema da parte dei partiti così pronti a riempirsi la bocca di futuro, crescita e gioventù.

La radice del crollo di fiducia nei partiti sta qui. La classe-non-dirigente evita di trattare i problemi per come sono. Non vuole vedere che il partito maggioritario dell’astensione e del disagio non è anti-politica, ma esprime sete di politica. Non vuole sapere che la società non chiede meno Stato, ma uno Stato più presente nel promuovere lo sviluppo dei cittadini. Guai a discutere del futuro che si vuole. Anche la società civile appare più seduta che protagonista. Eppure un compito cruciale per la politica del XXI secolo esiste: rifondare lo Stato sociale, costruire intorno alla nozione di nuovo Welfare il senso del lavoro, il sostegno alla famiglia, la qualità dell’istruzione, della sanità, della cultura.

È tragico quanto i “riformisti” laici o cattolici siano privi di visione. Certe encicliche di Wojtyla o Ratzinger sono paradossalmente molto più avanzate del balbettio contemporaneo. Oltre Monti, nel 2013 serve uno scatto di creatività. Altrimenti l’Italia si terrà la qualunque.



MONITO E PULPITI
di Marco Travaglio

Da che pulpito viene la predica”, dice il vecchio adagio. Ecco, le prediche non mancano mai: quel che manca sono i pulpiti, almeno quelli credibili. L’a l t ro giorno, chiudendo le celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, il presidente della Repubblica ha sventolato il tricolore e lanciato il suo monito quotidiano, esortando i partiti a “compor tamenti trasparenti sul piano della moralità” e a “riforme condivise”. Peccato che le due cose non possano stare insieme: per “condividere ” le riforme, bisogna coinvolgere partiti che non solo non garantiscono moralità, ma che han fatto dell’immoralità un programma di vita e di governo. Accanto a lui Schifani ridacchiava: forse, essendo indagato per mafia a Palermo, gli veniva da ridere pensando al suo pulpito. Due anni fa Napolitano e Schifani commemoravano un altro anniversario: il decennale della morte di Bottino Craxi. Il primo scriveva alla vedova deplorando “la durezza senza eguali” con cui il noto tangentaro era stato trattato. Il secondo piangeva in lui il “capro espiatorio”.

Ecco: da che pulpito chi non riesce neanche a condannare l’immoralità di un politico pluripregiudicato invoca oggi più “moralità ” in politica? Sempre a proposito di pulpiti, ecco la predica di Nicola Latorre al sindaco di Bari Michele Emiliano, che non è indagato, ma è finito nelle carte di un’inchiesta per aver accettato in dono una bottiglia di champagne e qualche cozza pelosa da un costruttore i cui parenti fanno politica nel Pd. Dice Latorre a La Stampa: “Chi si ritrova immerso nel ciclone giudiziario, arrestato o indagato, debba fare un passo indietro”. Verrebbe da dire: benvenuto nel club, meglio tardi che mai. Ma anche da domandare: questo principio, inedito in casa Pd, vale per tutti o è riservato, ad personam, a Michele Emiliano e solo ora che dà fastidio al Pd, proponendo una lista civica nazionale con De Magistris, Vendola, Di Pietro e movimenti di società civile per superare le sigle decrepite e screditate della politica?

Il sospetto sorge spontaneo, tantopiù che lo stesso Latorre nella stessa intervista accusa Emiliano di “personalizzazione della politica” per “svuotare il ruolo e le funzioni dei partiti”. E allora da che pulpito predica Latorre? Da mesi il suo spirito guida Massimo D’Alema (anche se ora i due sono in freddo) è indagato a Roma per finanziamento illecito: e non per quattro cozze pelose, ma per i voli gratis che gli offrì una compagnia aerea che finanziava la sua fondazione e pagava mazzette al responsabile Pd per il trasporto aereo (già, perché il Pd ha pure un responsabile per il trasporto aereo). La Procura ha chiesto di archiviare D’Alema perché forse non sapeva che quei voli a decine di migliaia di euro erano a sbafo, e il gip non ha ancora deciso. Ma, a prescindere dal reato, i fatti non danno un bel quadro del rapporto fra politica e affari ai vertici massimi del Pd. Latorre ha forse chiesto le dimissioni di D’Alema quando fu indagato? Non risulta.

Anche perché, se il nuovo principio fosse valso per tutti e per sempre, non solo per Emiliano e solo per oggi, nel 2007 Latorre avrebbe dovuto applicarlo a se stesso. Fu quando il gip Forleo chiese al Senato di autorizzare i pm a usare le intercettazioni del 2005 fra Latorre e alcuni furbetti del quartierino impegnati nelle scalate illegali Unipol-Bnl, Bpl-Antonveneta, Magiste-Rcs e poi condannati per reati finanziari. Latorre parlava delle scalate con Ricucci e Consorte e, se il Senato avesse autorizzato l’uso delle sue conversazioni, sarebbe stato indagato per aggiotaggio. Invece il Parlamento salvò lui e due del Pdl (e lo stesso fece il Parlamento europeo per D’Alema), così la Procura di Milano non potè indagarli. A prescindere dai reati, è più grave trescare con una banda di fuorilegge che arraffano banche e giornali, o accettare quattro cozze pelose? Ora Latorre chiederà le dimissioni di Latorre?



TRASPARENZA ZERO
Incompleti, tardivi e difficili da consultare
Così i parlamentari nascondono i propri redditi

Bisogna infilarsi nel cortile della Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza. Seguire il cartello che indica il Servizio Anagrafe Patrimoniale, suonare al portiere, salire al sesto piano e percorrere tutto il corridoio bardato dal tappeto rosso. Poi, prima porta a sinistra, dichiarare di essere iscritti nelle liste elettorali di un Comune italiano. Consegni un documento e finalmente il librone alto dieci centimetri è tuo. Ce ne sono solo cinque copie, però. Così, per poter consultare le dichiarazioni dei redditi dei parlamentari italiani, bisogna fare la fila. È un diritto acquisito dal 1982 ma non sono bastati trent'anni a levargli di dosso la polvere. Altro che operazione trasparenza: “Vietata qualsiasi riproduzione”.

Così, in tre a dividersi una scrivania, gli altri abbarbicati su un divanetto, giornalisti e cittadini si strappano di mano il Bollettino. E una volta conquistato, la delusione è tanta. Siamo al quarto anno dall'elezione, dunque deputati e senatori non si mettono a ripetere cose già dette. Case, auto, partecipazioni azionarie: si scrive solo se qualcosa è cambiato. Impossibile confrontare con le dichiarazioni precedenti. E nemmeno importa se nel frattempo sono passati quasi due anni. Ieri, 19 marzo 2012, erano consultabili le dichiarazioni patrimoniali del 2011, relative all'anno 2010.

Per esempio sappiamo che in quell'anno il senatore Pdl Antonio Azzollini ha comprato 5000 azioni Mediaset
e altrettante ne ha acquistate il leghista Roberto Castelli: ma quanti sono quelli che già le possedevano? E quanti
quelli che le hanno comprate l'anno dopo? Oppure: che senso ha sapere che il Pd Pietro Ichino ha venduto 20 mila azioni dell’Eni comprate nel 2009 se non so quali altre ha? O ancora: che valore ha scoprire che il Pdl Alessio Butti ha comprato un garage a Ossuccio se non conosco le sue eventuali partecipazioni in società? Va a finire che per la maggior parte dei parlamentari si conosce solo il reddito, che spesso coincide con lo stipendio della Camera o del Senato.

Pochissimi allegano le dichiarazioni dei redditi dei familiari, visto che le chiede solo l'Antitrust, per valutare se qualcuno aggira eventuali conflitti di interesse. Ci sono rare eccezioni. Per esempio il senatore Pdl Lucio Malan. Lo sa anche lui che quel modulo non è trasparente per niente. Così, aggiunge: “Per chiarezza dichiaro per intero il mio patrimonio”: 174 mila e 270 euro. Segue elenco con appartamento a Roma, automobili e azioni. Solo 240 deputati hanno messo on line il loro 730 (c'è anche il presidente Gianfranco Fini, 201.115 euro), una cinquantina i senatori che hanno scelto la strada della trasparenza via Internet (qui non c'è il presidente Renato Schifani, il Bollettino dice 225 mila 792 euro). Pare che l’abitudine abbia fatto breccia almeno tra i leader di partito. È accessibile con un clic la dichiarazione patrimoniale dell’Idv Antonio Di Pietro, 182 mila euro nel 2010.



Avvocati e medici fanno il botto
IL DOPPIO LAVORO PAGA TRA I PROFESSIONISTI
TRASPARENZA ZERO

Bruno, Bongiorno e Consolo. Poi Paniz, Ghedini e Longo. Tra i parlamentari più ricchi spiccano come al solito gli avvocati. Da Donato Bruno, patrocinante in Cassazione, con un reddito imponibile secondo solo a Silvio Berlusconi e Antonio Angelucci, pari a 1 milione e 751 mila euro a Giulia Bongiorno con 1.720.936. Ma nella top ten ci sono anche Giuseppe Consolo (Fli), con 1 milione 630 mila euro e Maurizio Paniz con 1.482.270. Scendono rispetto
all’anno scorso i guadagni di Niccolò Ghedini con 993.901 euro, che resta però sempre sopra all’altro difensore di Berlusconi, il senatore Piero Longo, che dichiara 656.292.

I PROFESSIONISTI doppiolavoristi del Parlamento non sentono la crisi, anzi. E se con la pubblicazione della dichiarazione dei redditi il problema torna all’ordine di giorno – e magari qualcuno prova a risolverlo – si fa presto a insabbiarlo. É successo l’anno scorso, quando nella manovra era previsto che per deputati e senatori con altre attività e un reddito pari o superiore al 15 per cento dell’indennità della carica parlamentare, quest’ultima venisse dimezzata. Significava cioè che un il doppiolavorista avrebbe percepito dall’incarico pubblico circa 60 mila euro anziché l’indennità intera (2700 euro netti al mese in meno). Briciole, si direbbe. In confronto al tornaconto dell’uso dei marchi di Camera e Senato nei biglietti da visita, per esempio. Ma abbastanza importanti da far saltare la norma che è stata modificata in men che non si dica. Il punto è che i parlamentari con doppio stipendio occupano quasi la metà degli scranni tra Montecitorio e Palazzo Madama. Oltre ad essere tra i più assenteisti, per poter esercitare la seconda professione (la media arriva al 37%). La palma d’oro del fannullone la vince a mani basse Antonio Gaglione, ex Pd ora al gruppo Misto, col 93,33% di assenze. Eppure Gaglione continua a percepire lo stipendio statale oltre al suo da medico, che lo porta a guadagnare in totale 579.219 euro. E mentre per i magistrati è obbligatoria l’a spettativa , non lo è per gli avvocati, la categoria più rappresentata in Parlamento insieme ai dirigenti, agli imprenditori, ai medici, ai giornalisti e ai docenti di scuole e università. “L’Italia dei Valori è stata sempre contraria ai doppi incarichi e doppi lavori – ha spiegato l’onorevole Antonio Di Pietro, in prima linea con l’Idv nella battaglia contro i professionisti in Aula – noi riteniamo incompatibile l’attività da parlamentare con altri incarichi e altre attività professionali e d’amministrazione che contribuiscono a costruire un inaccettabile conflitto d’interessi. Basta ai doppi e tripli incarichi e basta con coloro che continuano a svolgere le loro professioni pur essendo in Parlamento, come gli avvocati, i commercialisti, i lobbysti di ogni genere che fanno da deputati gli interessi loro e dei loro clienti”.

IN AMERICA, se sei un parlamentare, non puoi svolgere la professione di avvocato. In più i membri del Congresso possono percepire redditi ulteriori non superiori al 15 per cento dell’indennità parlamentare. Insomma, se l’indennità è 100 mila dollari, si può arrivare massimo a 115. Una ricerca di Antonio Merlo dell’Università della Pennsylvania, dimostra che il tasso di partecipazione si riduce mediamente dell’1% per ogni 10 mila euro di reddito extra. In Italia non è difficile da dimostrare .



LE RICCHEZZE DEGLI INDAGATI
Sono protagonisti di diverse inchieste della magistratura, anche per i costosi regali ricevuti o per gli acquisti effettuati durante il loro mandato: dalle auto di lusso agli orologi. Ancora ieri i loro redditi sono stati resi pubblici. A partire da quello del deputato Pdl Alfonso Papa, ritornato in aula dopo l’arresto a Napoli: nel 2010 ha dichiarato 125.910 euro. Il collega Nicola Cosentino lo batte con 167.226. Marco Milanese, che le inchieste della magistratura ci raccontano come affittuario dell’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti e amante di autovetture di gran marca, dichiara 268.827 euro di reddito complessivo: nel 2010 ha venduto un fabbricato a Cannes, diecimila azioni del Credito valtellinese ed è stato in possesso di una Fiat Cinquecento da aprile ad agosto del 2011. A Palazzo Madama Alberto Tedesco, considerato dall’accusa il “dominus ” delle nomine Asl in Puglia, dichiara il solo reddito da senatore (128.571 euro). L’ex sottosegretario Antonio Caliendo, invece, finito nell’inchiesta sulla P3, dichiara 308.859 euro, ha venduto un terreno a Pupicchio, vicino Nola che aveva in comproprietà con il fratello. Anche il coordinatore del Pdl Denis Verdini, all’epoca presidente e consigliere d’am ministrazione del Credito Cooperativo Fiorentino (si dimetterà nel luglio 2010) proprio a seguito dello scandalo P3, afferma di aver guadagnato solo lo stipendio da parlamentare (123.076 euro). Il senatore Marcello Dell’Utri, pochi giorni fa “salvato ” dalla Cassazione da un’accusa per concorso esterno in associazione mafiosa (la pratica è stata rispedita all’Appello), dichiara 410.225 euro. Amedeo Labocetta, il deputato Pdl indagato per favoreggiamento, da ieri nuovo coordinatore cittadino del partito a Napoli, dichiara 163.285.



PARTITI: Lo strano caso del tesoriere Lusi
Sospettano che abbia sottratto ai conti della Margherita più di 20 milioni di euro. Sicuramente vive in una villa milionaria a Genzano e per andare alle Bahamas spende 80 mila euro. Eppure Luigi Lusi, l’ex tesoriere indagato dalla Procura di Roma, nel 2010 ha dichiarato “solo” 332 mila euro e 29 centesimi, ha perfino venduto una Lancia Delta e una Mercedes ML e si è comprato una misera 500. Con il partito aveva un rapporto “fiduciario”, tanto che sempre due anni fa sono salite all’87% le quote in suo possesso della Edizioni Dlm, la società editrice del quotidiano Europa . Lui giura che le sue parole possono far crollare il centrosinistra perché i soldi del partito li hanno presi tutti. Ma a guardare le dichiarazioni dei redditi dei suoi ex compagni di partito non si trovano cifre
esorbitanti. A cominciare da Francesco Rutelli: 137.262 euro. Enzo Bianco, per esempio, nel 2010 non solo ha rottamato una Megane Scenic (e non ha acquistato nessuna nuova auto) ma ha dichiarato solo 136.609 euro, lo stipendio da senatore. Poco più per Lucio D’Ubaldo, 158.760 euro, Franco Marini: 192 mila e 341 euro, Dario Franceschini 225.854, Luigi Zanda 169.705. Lo stesso vale per l’altro partito sui cui conti sta provando a fare luce la Procura di Roma. Che fine abbiano fatto i 50 milioni di euro del finanziamento pubblico spariti non si capisce certo dalle dichiarazioni patrimoniali degli ex aennini. Il più ricco, va detto, è l’ex tesoriere, Francesco Pontone: 365 mila 646 euro. Gli altri dichiarano stipendi da parlamentari: Maurizio Gasparri (122 mila euro) è diventato comproprietario di una casa a Roma, ma l’ha ereditata. Andrea Augello: 130 mila euro. Va meglio a Ignazio La Russa, 282 mila euro. Non era di An, ma è un ex finiano Luca Barbareschi, che nel 2010 ha comprato casa a New York. In tutto il Parlamento solo in 4 (due deputati e due senatori) hanno allegato il resoconto delle spese elettorali sostenute. Uno solo parla di “contributo al partito”: è proprio un ex An, Nino Strano: nel 2010, 25 mila euro.

lunedì 19 marzo 2012

SECONDO VOI CHI VINCERA' LA PARTITA?


PDL: «CAMBIARE LA CONCUSSIONE O SALTA L'INTESA»
PD: «ALLUNGARE LA PRESCRIZIONE»
di Liana Milella - "La Repubblica"


ROMA — I principali protagonisti cominceranno a giocare in settimana la partita della legge anti-corruzione. Da una parte il Guardasigilli Paola Severino, dall'altra il consigliere giuridico di Berlusconi Niccolò Ghedini. Tutti e due avvocati. Si conoscono praticamente da sempre. In queste settimane si sono parlati, ma ben lontano da giornalisti e tv. Colloqui top secret. Nessuno dei due si “apre” a rivelazioni. Si registra solo uno scontato ottimismo. Severino conta di presentare il maxi-emendamento alla Camera entro un paio di settimane. L'avvocato del premier, sempre più assorbito dai suoi processi, non vede ostacoli a un'intesa.

NODO CONCUSSIONE
Facili gli annunci, difficili gli accordi. L'allarme della procura di Milano, che teme uno stravolgimento del processo Ruby in cui Berlusconi è accusato di concussione, è divenuto ormai protagonista del dibattito sulla legge. Se la concussione viene sostituita da altre fattispecie, dicono le toghe, il processo potrebbe finire a Monza, perché la forza di attrazione della concussione lascerebbe il posto al ben meno influente reato di prostituzione minorile. E qui la reazione del Pdl è fin troppo scontata. Netto rifiuto del «diktat» di Milano. Polemica immediata su una levata di scudi che, dicono nel Pdl, «ha intimidito il Pd» e che farebbe lasciare la concussione com'è adesso. Lo scontro è assicurato perché, dicono nel Pdl, «non possiamo accettare il principio che, siccome Berlusconi è imputato, allora bisogna fare una legge contra personam». La linea è: si va avanti, pure con la concussione, altrimenti salta il tavolo. Niente concussione? Niente legge sulla corruzione.

IMBARAZZO NEL PD
Che succede dell'emendamento Pd che prevede di scindere in tre reati la concussione (estorsione, abuso di funzione, corruzione per induzione)? Sdegnati all'ipotesi di un inciucio — abolire la concussione, per liberare Berlusconi dalla pesante accusa, per ottenere il suo pieno appoggio al governo Monti — i Pd rilanciano sulla prescrizione. Dice il responsabile Giustizia del partito Andrea Orlando: «L'emendamento resta lì dov'è adesso. Non si ritira nulla. Ma ovviamente, come dicono i regolamenti parlamentari, sarà superato dal maxi-emendamento di Severino. Che valuteremo e rispetto al quale presenteremo dei sub-emendamenti. Se Severino non presenterà una proposta sulla concussione, di certo non la faremo noi. Invece, se lei non allungherà i tempi di prescrizione, lo proporremo noi perché lo riteniamo fondamentale».

I TEMPI

La scansione temporale è determinante nella partita sull'anti-corruzione. A Milano sono convinti di chiudere il processo Ruby a novembre, con una condanna dell'ex premier. I suoi avvocati, all'opposto, sono certi che potrebbe finire in estate, addirittura a luglio, con l'assoluzione. Considerato che marzo è finito, che c'è Pasqua, che Severino ha bisogno di un paio di settimane per mettere a punto il testo, se tutto va bene, in aula alla Camera la legge passerebbe a maggio. Calcolando il dibattito in commissione e l'opportunità di calendarizzarla in aprile per ottenere i tempi contingentati a maggio. Quando è previsto lo stop delle Camere per le amministrative. Il Senato avrebbe giugno e luglio per esame e voto. Si profila l'autunno.

SCONTRO IDV-PD
Mesi infuocati, perché sull'asticella dell'anticorruzione si scontrano Di Pietro e il Pd. L'ex pm accusa la maggioranza di «non volerla combattere veramente», vede «quattro amici al bar (Monti e Abc, ndr.) che per sopravvivere politicamente limitano le intercettazioni e cancellano la concussione». Gli replica il Pd Orlando accusandolo di «fare solo propaganda».

I DIBATTITI
Corruzione al top nei dibattiti. La settimana si apre con quello del ministro dell'Interno Anna Maria Cancellieri che riunisce e addestra i prefetti e dice «la gente non ne può più e chiede un cambio di marcia». Si chiude venerdì con quello del collega della Funzione pubblica Filippo Patroni Griffi che al tavolo chiama anche il giudice costituzionale Sabino Cassese, suo predecessore esperto sul tema. In ballo c'è pure il nodo posto dal presidente della Camera Gianfranco Fini. Chiede che «stiano fermi un giro i condannati in primo grado» e che perdano il posto i pubblici funzionari definitivamente condannati.

Per chi non l'avesse letto:

http://www.giacomosalerno.blogspot.it/2012/03/ventanni-sotto-ricatto-di-un.html


domenica 18 marzo 2012

Non sono i politici che dobbiamo combattere. Chi li ha votati? Sono gli italiani la rovina dell'Italia. Un popolo di delinquenti che vota delinquenti.


AD PERSONAM (TECNICAM)
di Marco Travaglio

A sentire i politici della seconda Tangentopoli, vien quasi da rimpiangere le parole di quelli della prima. Intanto perché 20 anni fa qualcuno che chiamasse ladri i ladri ancora si trovava: a sinistra (Rete, Verdi, Prc, mezzo Pds) e a destra (Lega e Msi). Oggi il massimo che Bersani riesce a dire del suo braccio destro Penati è “l’abbiamo sospeso dal partito”. E Violante, tra un inciucio e l’altro, non trova di meglio che proporre di “separare le carriere tra giudici e giornalisti”. Così la gente non viene più a sapere nulla e i politici possono evitare di separare le loro carriere da quelle dei ladri. Intanto a destra il via libera – ovviamente finto – di Angelino Jolie alla legge anticorruzione è presentato non come un tardivo atto dovuto alla decenza, ma come una gentile concessione al quieto vivere, un estremo sacrificio sull’altare della governabilità. Da farsi ripagare in moneta sonante: abolizione delle intercettazioni e del diritto di cronaca, regalo delle frequenze a Mediaset, i soliti amici degli amici a tener ferma la Rai mentre il Biscione la mena; e soprattutto abrogazione della concussione. Cioè del processo Ruby, dove B. è imputato per concussione per induzione.

L’unica industria che tira in Italia è quella delle leggi ad personam, oggi in versione tecnica e sobria. Indovinate chi ha scritto che “la concussione per induzione è una figura sfocata e discutibile nel suo stesso fondamento”. Paniz? Pini? Scilipoti? No, una ventina di deputati Pd, tra cui la Ferranti, Andrea Orlando, il fico Fioroni e un certo onorevole Trappolino che non deve aggiungere nulla: basta il cognome. A questo trust di cervelli, che ha bruciato sul tempo Ghedini e Longo, si deve la proposta di legge che salverà lo zietto della nipote di Mubarak. Per loro la concussione è come il concorso esterno per Iacoviello: non ci crede più nessuno.

E, a ben guardare, nemmeno alla corruzione. Ieri il sedicente liberale Ostellino ha proposto sul Corriere di legalizzare le mazzette in modica quantità: “La corruzione la si combatte... legalizzando alcune transazioni che oggi si raggiungono tramite la corruzione... e autorizzando il pagamento alla luce del sole”. Che bello, non vediamo l’ora: scambi di valigette e bustarelle sulla pubblica piazza nell’ora di punta, magari direttamente a Montecitorio e al Pirellone. A proposito: Formigoni, che vive circondato da ladri e ogni giorno se ne vede portare via uno dalla forza pubblica, scrive al Pompiere della Sera che “la corruzione da noi non è per nulla un sistema”.

Che strano: gli imprenditori giurano che è proprio un sistema imperniato sui due partiti che lo sostengono: Lega e Pdl. E Nicoli Cristiani, quello con 100 mila euro nel tinello, diceva al telefono: “Comunque il Formiga sa tutto”. Ma lui non s’è mai accorto di nulla: la gente gli passa davanti con la giacca gonfia di banconote che ogni tanto escono dalle mutande, dalle orecchie, e lui niente. Mai sentito neppure un fruscìo sospetto. Fra la figura del ladro e quella del fesso, opta per la seconda. Come Rutelli, contitolare del conto margherito assieme a Lusi, ma ignaro della scomparsa di 13-20 milioni. Alla
peggio, invocheranno l’infermità mentale. O l’incapacità di intendere e volere, ma soprattutto di intendere. Il Formiga, bontà sua, concede: “Se le accuse ai consiglieri regionali si dimostrassero vere, il quadro sarebbe grave e già il fatto che emergono è motivo di inquietudine e amarezza”. Pover’uomo: non ci dorme la notte. Ed è in tante notti insonni che ha escogitato la soluzione.

Leggi anticorruzione? Pene più severe? Dimissioni degli inquisiti e dei condannati? Macché: contro le mazzette bisogna “aprire un pubblico dibattito”. Lui è fatto così: se gli rubano in casa, non chiama il 113. Apre un pubblico dibattito dal titolo “Ladri, che fare?”. La lettera del Formiga al Pompiere si chiude con una pepita d’oro : “Ho avviato una stretta collaborazione con la Procura di Milano”. In veste di fornitor.

BUFFONI ! MA NON ERA L'ARTICOLO 18 CHE FRENAVA GLI INVESTIMENTI ESTERI? CHE E' SUCCESSO ADESSO? VI SIETE RICREDUTI?



IL CALDERONE DEL MALAFFARE
di Carlo Galli

Che il presidente della Repubblica Napolitano esorti i partiti a rinnovarsi e a prendere atto dell'indifferibilità della questione morale proprio nel giorno in cui si chiudono le celebrazioni del 150° anniversario dell'Unità d'Italia, ha un significato tristemente simbolico. Un significato che rinvia a una questione che il Paese si porta dietro da quando è nato — già nell'Italietta post-unitaria era ben nota, col nome di “faccenderia”, quella che oggi chiamiamo corruzione — ; una questione che ciclicamente si pone, e che costantemente rinvia. Che il premier Monti lo stesso giorno affermi che il primo problema sollevato dai leader stranieri non è più la messa in sicurezza dei conti pubblici ma la nostra riluttanza a varare una nuova ed efficace legge anticorruzione, e che anche da questo nostro ritardo sono frenati gli investimenti esteri in Italia, significa che tutto il mondo ci sta mandando il messaggio che la corruzione è ormai oltre il livello di guardia. E mentre il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio lanciano messaggi che si echeggiano l'uno con l'altro, le cronache registrano sempre nuovi casi di corruzione — o di indagini per corruzione — , quasi a dimostrare che le voci delle istituzioni non rimbalzano nel vuoto, ma registrano una realtà fin troppo piena di scandali, troppo folta di sospetti, straripante di illegalità.

Fatta salva la presunzione d'innocenza, e le necessarie distinzioni fra le diverse gravità dei fatti e fra i diversi stili di amministrazione nelle diverse regioni d'Italia, è quasi inevitabile che all'opinione pubblica appaiano omologate le pratiche di governo locale della Lombardia e della Puglia, dell'Emilia e della Liguria (solo per parlare delle realtà locali che in questi ultimi giorni sono giunte a contendere l'onore delle cronache ad altri scandali di livello nazionale, come quello dei fondi della Margherita). E che il pesce e le cozze si confondano, in un unico calderone, con ogni altro, e ben più grave, malaffare.

Un'omologazione fatale, che non può non accrescere — semmai ce ne fosse bisogno — la delegittimazione dei partiti, e della politica in generale; e che dimostra ad abundantiam che la corruzione è un cattivo affare sia da un punto di vista economico sia da un punto di vista civile. Che, insomma, distrugge capitali d'investimento, ma anche e soprattutto quel capitale sociale e civile di fiducia reciproca fra i cittadini, e fra questi e le istituzioni, che è il patrimonio più prezioso di una democrazia e in generale delle forme politiche moderne. La cui essenza è l'impersonalità e l'imparzialità del comando legislativo e degli atti amministrativi, e il cui fine è sottrarre la vita civile all'arbitrio, all'ingiustizia, alla partigianeria, al favoritismo, e fondarla sulla prevedibilità del potere, frenato dalla legge, e sull'uguaglianza dei cittadini nella sfera pubblica.

La corruzione — in quanto è appunto il prevalere delle ragioni private su quelle pubbliche, la vittoria della famiglia sulla polis, della disuguaglianza sull'uguaglianza, del vantaggio di pochi sulla pubblica utilità — di fatto riporta la politica a una logica di scambi personali, di fedeltà private, di lealtà tribali, che sono la negazione del “pubblico”. Che può ben prevedere il compromesso alla luce del sole, la trasparenza delle transazioni tra forze politiche differenti, all'interno del quadro della legalità, ma non certo l'oscuro lavorio di mercificazione della politica, di svendita sottobanco della democrazia, in cui, alla fine, consiste la corruzione. Il cui esito, se non viene contrastata pubblicamente ed efficacemente, e sanzionata in forza di legge — di una legge che non contenga sotterfugi e regali in extremis a favore di chi ha già goduto di fin troppe leggi ad personam — , non può essere altro che la distruzione della fiducia nella politica. Un “liberi tutti” permanente, una frammentazione privatistica della vita associata, che segnerebbe, in realtà, la fine della fiducia degli italiani in se stessi.

E il trionfo di una sorta di legge della giungla, divenuta la costituzione materiale di un popolo, trasformato in un insieme di cricche, che si autogiustifica con un comodo “così fan tutti”, e che, magari, crede di salvarsi l'anima con l'invettiva antipolitica, con lo sdegno a man salva — le reazioni dell'opinione pubblica a Tangentopoli, e il successivo passaggio della maggioranza degli italiani nelle schiere di Berlusconi sono un esempio non fuori luogo di queste dinamiche — . Chi si pone il problema del dopo-Monti, del ritorno alla fisiologia di una politica che veda come protagonisti i partiti, deve anche porsi — e porre con forza — il problema della loro rilegittimazione. E dovrà anche fare della legge anti-corruzione il banco di prova di un'autentica volontà di riscossa democratica — non populista né qualunquista — contro il degrado indecente della nostra vita civile.

Qui c'è Rodi, qui salta”: un popolo di donne e di uomini liberi sa che il proprio sviluppo passa attraverso un nuovo costume, e lo esige da se stesso ma anche, e prima di tutto, da chi lo vuole rappresentare e amministrare.

VENT'ANNI SOTTO RICATTO DI UN DELINQUENTE COMUNE


RIFORMA? NO, COLPO DI SPUGNA
di Bruno Tinti

Ma quanti tipi di reato hanno commesso B&C? Ogni volta che si discute di abrogare o modificare qualche norma, salta sempre fuori che, in uno o più processi, questa gente (ma in genere B.) finirà col cavarsela per il rotto della cuffia. È successo con il falso in bilancio, con la frode fiscale, con l’interesse privato in atti d’ufficio; e adesso succede con la concussione contestata a B. nel processo Ruby.

In Italia esistono concussione e corruzione. Il primo si ha quando un pubblico ufficiale (da B. fino al bidello della scuola pubblica di Poggiofiorito) costringe o induce qualcuno a fare qualcosa che non dovrebbe fare: dargli soldi o fargli favori. Il secondo si ha quando qualcuno dà a un pubblico ufficiale soldi o gli promette favori perché questi faccia qualcosa che non dovrebbe fare. Nella concussione è punito solo il pubblico ufficiale che chiede la cosa illecita; perché – si pensa – l’altro non è in condizioni di rifiutare, subisce un ricatto. Nella corruzione sono puniti tutti e due, quello che offre soldi o favori e il pubblico ufficiale che in cambio fa quello che non deve. Non è proprio così semplice (concussione e corruzione sono reati complicati) ma qui può bastare.

Il problema sta nella concussione: che vuol dire “induce”? Certamente qualcosa di diverso da “costringe” (se avesse lo stesso significato sarebbe stato inutile scriverlo). E siccome costringere significa adoperare violenza o minaccia, ne segue che indurre vuol dire... eh, chi lo sa? La giurisprudenza si è affannata per anni e, alla fine, è saltata fuori la “concussione ambientale”, una cosa come “Lo sanno tutti che con i potenti è meglio andare d’accordo, ti possono aiutare o danneggiare; facciamo quello che chiede e poi si vedrà ”. Insomma, il caso di un pubblico ufficiale che sa che questa è la convinzione diffusa e che abusa della sua posizione chiedendo cose illecite senza violenza o minaccia; tanto – è convinto – gli saranno concesse comunque.

Se si pensa bene, però, chi si fa “indurre” a fare cose che non deve non è proprio un santerellino. Potrebbe anche dire di no; anzi dovrebbe dire di no: anzi, dice di sì perché spera in un “ritorno”: “Gli ho fatto un favore, adesso potrò chiedergli di farne uno a me”. E così in tutti i paesi civili la concussione per induzione non esiste. Quella con violenza o minaccia è una normale estorsione, aggravata perché l’ha fatta un pubblico ufficiale. E per l’altra, quella con induzione, si pensa che sia una particolare figura di corruzione, un “capisci a me; non c’è bisogno di parlare troppo, tutti e due sappiamo che oggi fai quello che ti dico e che domani...”. Quindi l’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, ne fanno parte 34 paesi) e la Convenzione di Strasburgo hanno raccomandato di smetterla con la concussione e di riformare (migliorandola, si capisce) la norma che prevede la corruzione. Non gli sembrava bello che gente che abusa del suo ufficio perché si aspetta riconoscimenti la facesse franca.

B&C hanno fatto finta di non sentire (ci mettiamo in prigione da soli?); e oggi il governo Monti si trova con questa patata bollente tra le mani. Perché è bollente? Perché B., ma che sorpresa, è imputato di corruzione per induzione (liberate Ruby, la nipote di Mubarak, e consegnatela a Nicole Minetti; ma veramente dovremmo mandarla in comunità...; chi se ne frega, fate come vi ho detto). E, se si abroga questo reato e non si riscrive subito quello di corruzione per inserirvi anche l’ipotesi di un accordo implicito tra potente pubblico ufficiale che chiede e cittadino (o anche pubblico ufficiale piccolino) che concede senza troppi problemi, il nostro ex (fortunatamente) presidente del Consiglio, come al solito, la farà franca.

Solo che abrogare è un amen; scrivere una norma penale nuova un po’ più complicato; scriverne una fatta bene quasi impossibile. Così azzardo un suggerimento: copiate il testo di legge elaborato qualche anno fa dalla Commissione per la predisposizione di testi normativi per l’adeguamento alle convenzioni internazionali (di cui faceva parte Pier Camillo Davigo). Diceva così: “Il pubblico ufficiale che, in relazione al compimento o all’omissione di atti del suo ufficio o comunque in relazione alla sua qualità o funzione, riceve denaro o altra utilità o ne accetta la promessa è punito . . .”; e naturalmente era punito anche chi glieli dava. Una norma perfetta: metteva in relazione soldi o favori con la qualità di pubblico ufficiale; tutto qui. Proprio come è successo a Milano: B. ordina di affidare Ruby a Nicole Minetti; non ha nessun titolo per farlo ma confida nell’“induzione”; il poliziotto obbedisce; non dovrebbe, ma confida in future utilità. Tutti e due da condannare. B. a pena più grave.

Il rischio è che scrivere bene questa norma sia impossibile senza quasi. Perché il ministro Severino potrebbe anche farlo; i tempi del conflitto di interessi tra via Arenula e la Giustizia (con la G) sono finiti. Ma poi c’è il Parlamento. E lì un Paniz, uno Scilipoti, un Pini che arrivino con l’emendamento giusto, suggerito da anime pie tecnicamente preparate, votato a scrutinio segreto, salta fuori di sicuro

sabato 17 marzo 2012

L'ITALIA: LA PATRIA DEI DELINQUENTI CHE VOTANO DELINQUENTI


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NON C'E' PIU' LIMITE ALLO SCHIFO: SOLO ESPATRIANDO POTREMO SALVARE LA NOSTRA DIGNITA'


Ruby, la paura della Procura di Milano: “Processo disintegrato se cambia quella norma”
I pm temono l'ennesima legge ad personam per salvare Berlusconi

di Piero Colaprico - "La Repubblica"

MILANO — «Ma allora il processo Ruby può disintegrarsi...». È questa, nella sua semplicità, la frase che si raccoglie in Procura. La si raccoglie all'indomani del vertice tra il premier Mario Monti con i segretari dei partiti Alfano, Bersani, Casini. E per orientarsi su una materia che si presta ad interpretazioni opposte, è meglio mettere insieme, logicamente, i dati oggettivi.

PRIMO PASSAGGIO
Il processo in corso a Milano, che vede imputato Silvio Berlusconi, riguarda due reati. Uno è la concussione. C'è stato, dice l'accusa, il ricatto del pubblico ufficiale. E il risultato (il «rilascio indebito» della minorenne Karima El Mahroug a Milano) viene ottenuto da Berlusconi abusando della sua «qualità»: la supremazia del premier, che chiama a mezzanotte, «induce» un poliziotto ad ubbidirgli, nonostante gli accertamenti fossero ancora in corso. L'altro reato del processo, che riprende il 26 marzo, riguarda la «prostituzione minorile». Si è svolta ad Arcore, ma viene giudicata a Milano perché qui la «trasporta» la concussione, penalmente più importante.

SECONDO PASSAGGIO
Nella lotta alla corruzione l'Italia è considerata dagli altri Paesi europei (e non solo) «indietro». Lo dimostrano gli scandali perenni, le inchieste, gli arresti. Negli ultimi vent'anni, post «Mani pulite», sono state infatti approvate solo le leggi imposte dall'Europa (Ocse), come la 231, che estende alle aziende e agli enti la responsabilità per i reati commessi dagli amministratori. Nella vita del governo berlusconiano, a parte le leggi ad personam, sbaragliate com'era ovvio dalla Cassazione, che è stato fatto? Sono stati sfumati i contorni del falso in bilancio. E accorciati anche i termini della prescrizione. Con l'effetto non di punire, ma di salvare i presunti colpevoli. Alle raccomandazioni dell'Ocse nessuno badava. Adesso, in extremis di legislatura, d'improvviso vengono rilanciate. Come il ministro Paola Severino, esperta di diritto penale delle aziende, sa bene, in Europa l'idea vincente è di punire anche la corruzione tra privati: se due manager si mettono d'accordo per farsi favori e magari ritagliarsi una percentuale, e vengono scoperti, passano i guai. Da noi no. Sinora no. Si paga salato in Europa e nel mondo civile anche il «traffico d'influenze illecite», com'è la raccomandazione losca, l'appartenenza alla cricca: e da noi no. Il criterio base Ocse è dunque questo: le aziende «malsane vanno bastonate dai magistrati senza pietà. Ed è in quest'ottica che la concussione, cioè il ricatto del pubblico ufficiale, può sparire: perché, secondo i giuristi, può permettere all'imprenditore di farla franca. Di piangere: «Avevo paura del politico, che potevo fare?». Invece, con la riforma made in Europa, basta «pagare» e scatta il reato.

TERZO E CRUCIALE PASSAGGIO
Il Pdl ha le idee chiare: sostituire la concussione con l'estorsione (esempio classico: il «pizzo» chiesto dalla mafia ai negozi). Ma — attenzione — l'estorsione è un reato che prevede minacce e violenze. Perciò, se veniamo al concreto caso Ruby-Silvio, c'è una domanda-chiave: il premier in che modo ha ottenuto il rilascio di Ruby-Rubacuori, minorenne marocchina, frequentatrice delle notti di Arcore? Né minaccia, né violenza. Gli è bastato farsi passare da un ufficiale dei servizi segreti il poliziotto della questura, dirgli personalmente che stava inviando con urgenza una «consigliera regionale-ministeriale». Una carica inesistente, ma Nicole Minetti era già là, perché quella ragazza denunciata per furto era, nientemeno, che la nipote di un capo di stato straniero, l'egiziano Hosni Mubarak. Nella procura milanese, va detto, già da alcune settimane erano molto sorpresi (un po' sospettosi) per «lo scarso numero di domande ai testimoni da parte della difesa Berlusconi». C'era solo il pubblico ministero Antonio Sangermano a martellare, per ottenere i primi risultati. Che sono tutti — e va detto anche questo — negativi per l'ex premier: dalla descrizione della frenesia in questura dopo la telefonata alle tante testimonianze su quanto Ruby si vantasse delle sue frequentazioni, «Silvio» sopra tutti. Si sta mettendo male per l'imputato. «Ma se il Parlamento elimina la concussione, il fatto resta, ma il titolo di reato, quello che attraeva a Milano l'accusa di prostituzione, crolla. Ci resta solo — dicono al quarto piano — da rispettare la legge. E siccome vale il favor rei...». Se era la concussione a tenere a Milano l'intero processo, «è molto probabile che tutto si trasferisca per i fatti di prostituzione a Monza», sede competente sui reati di Arcore. «Visioni»? O granitiche certezze? Lo si potrà appurare (nei prossimi giorni?) quando ci sarà un testo sul quale ragionare. Quando emergerà se una nuova, ennesima, «legge ad personam» — anche grazie al lavoro sotterraneo e ubiquo dei berlusconiani, mai vinti — approda in Parlamento. Lo stesso che ha già «creduto», votando un conflitto d'attribuzione (rigettato duramente), alla barzelletta di Ruby nipote di Mubarak.